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05/04/2018

Edilizia, i numeri della crisi

dal Messaggero Veneto del 5 aprile 2018
di Maurizio Cescon - È uscito con le ossa rotte e per ultimo dal tunnel della grande crisi, cominciata nel 2008. Ma oggi il settore delle costruzioni vuole ripartire anche «se l’euforia di dieci anni fa non tornerà più, nè i livelli di lavoro che c’erano allora», come afferma il presidente regionale dell’Ance Roberto Contessi, impresario udinese con sede alle porte del capoluogo. Ristrutturazioni, un po’ di appalti pubblici, regole certe, meno burocrazia, radicamento sul territorio: queste, secondo Contessi, le soluzioni per far ripartire l’edilizia. «Il nostro è il settore che produce indotto come nessun altro - afferma con orgoglio il numero uno dell’Ance -. Un milione di euro investito nelle costruzioni dà lavoro direttamente a 12 addetti, mentre genera un indotto, cioè crea ricchezza, pari a 3,5 milioni di euro. Grazie a noi vivono i fornitori di materiali, quelli di macchinari e mezzi pesanti, la ristorazione. Basti pensare che in un medio cantiere vi sono almeno 10 sub appaltatori».
La crisi ha picchiato duro dalle nostre parti, in una terra che ha il mal dal modon, che fin dal Dopoguerra ha sfornato fior di muratori, apprezzati in tutta Europa fuori dai confini regionali e nazionali. Le aziende sono passate da 3.024 del 2008 alle 1.754 del 2017, cioè sono sparite 1.270 realtà, anche nomi importanti, che hanno fatto la storia delle costruzioni. Udine resta la provincia che fa da traino, con 732 imprese, seguita da Pordenone con 458, Trieste con 367 e Gorizia con 197. «Ma i colossi si contano sulle dita di una mano - ammette il presidente Ance -. Dietro De Eccher e Icop troviamo un’altra sessantina di aziende “strutturate”, con circa una decina di dipendenti. Il resto sono affiliati all’Api (Associazione piccole imprese) oppure artigiani che si sono messi in proprio. Ma del resto il tessuto imprenditoriale italiano, e di conseguenza friulano, è questo. All’inizio delle difficoltà, a mio avviso, le istituzioni, a tutti i livelli, hanno un po’ sottovalutato il problema che si stava delineando. Non c’è stata mobilitazione, da parte di sindacati, politici e media come per la manifattura. Se chiude un’impresa edile con 30 occupati, nessuno ne parla, se la crisi investe una fabbrica invece il trattamento è diverso. E così quella del nostro settore è stata una morte lenta, costante, ma non meno dolorosa, perchè la forza lavoro si è quasi dimezzata. E qui in Friuli Venezia Giulia il fatturato medio, oggi, è inferiore ai 5, 6 milioni che si trova in media nel resto del Paese».
Oggi dal tunnel si è usciti, ma la categoria come vede il futuro? «Il nostro settore va verso un sistema di ristrutturazioni del patrimonio immobiliare esistente - dice ancora Contessi - incentivato dai bonus che hanno le famiglie e in genere i privati. Certo fare i restauri è più complicato e costa di più a un’impresa, rispetto al nuovo. E poi io ritengo che quello del consumo di suolo sia un finto problema, anche perchè oggi i terreni valgono pochino, a meno che non siano in qualche zona di grande pregio. Ma se le ristrutturazioni godono di veri incentivi, va benissimo, noi ci adattiamo e facciamo il meglio». 
Contessi, adesso che siamo in clima pre elettorale (il 29 aprile si vota per le Regionali), lancia un appello ai candidati. «Chiederemo normative e leggi che premino le aziende locali che, in caso di lavori, utilizzino le imprese edili del territorio. L’economia che viene creata qui dovrebbe restare qui, non andare fuori. Non come è accaduto a Trieste, dove una grande compagnia di assicurazioni, per il restauro di un palazzo, si è avvalsa di una ditta veneta. Io credo che dovremmo fare come accade già in Trentino Alto Adige o in Valle d’Aosta, dove si privilegiano le imprese locali, almeno per appalti fino a una determinata cifra. Facendo così avremmo risultati notevolissimi, e anche l’ente pubblico avrebbe i suoi vantaggi, perché una buona quota di fiscalità, per esempio, resterebbe in regione».
Altro tema che sta a cuore alla categoria è quello delle regole, delle certificazioni e della burocrazia. «Gli appalti pubblici sono ridotti ai minimi termini - aggiunge Contessi -, mentre nel residenziale o nel commerciale c’è ancora qualcuno che investe. Ma se tutti si scannano nel mercato privato, i ribassi sono spinti all’estremo e così la marginalità, per chi realizza l’opera, diventa molto bassa. Noi auspichiamo che ci siano regole più severe per quanto riguarda le certificazioni “Soa”, che è obbligatoria per un lavoro pubblico di importo superiore a 150 mila euro, ma non serve per gli appalti privati. Così si genera una concorrenza “selvaggia”, senza controlli sul processo produttivo. Infine l’Unione europea: non possiamo farci imporre regole che possono essere utili per Germania o Francia, ma non per l’Italia, dove il tessuto imprenditoriale è molto più frammentato».